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Le parole di Thich Nhat Hanh introducono il concetto di Inter-Essere, termine con il quale il maestro vietnamita descrive la condizione di profonda interdipendenza che lega ogni essere vivente e ogni elemento dell’esistenza. Sebbene non appartenga al lessico comune, inter-essere nasce dall’unione del prefisso inter e del verbo essere e richiama l’idea di uno stare insieme, di un esistere nella relazione.
La nuvola e il foglio di carta inter-sono: l’una non può essere pensata senza l’altro. Ciascuno racchiude una trama di relazioni che rende possibile l’esistenza dell’altro. Il foglio che abbiamo tra le mani custodisce il cielo, la pioggia, la terra, il tempo, il lavoro dell’uomo; allo stesso modo ogni Persona porta in sé un universo di esperienze, emozioni, pensieri, memorie e relazioni.
Esistere significa, allora, inter-essere. Significa riconoscere che l’identità non si costruisce nell’isolamento, ma prende forma nell’incontro. L’essere umano è costitutivamente aperto all’altro: è possibilità di relazione, spazio di accoglienza, luogo di contatto e di trasformazione reciproca. Il “tu” non rappresenta un limite dell'”io”, ma la condizione stessa attraverso cui l’io può conoscersi e realizzarsi.
In questa prospettiva la Persona non coincide con un’individualità chiusa, ma con una soggettività che si costituisce nella relazione. La relazione, pertanto, non è un elemento accessorio dell’esperienza educativa: ne rappresenta il fondamento.
L’incontro prende forma attraverso la corporeità. Il corpo diviene il primo luogo della relazione con l’altro, non perché possa essere interpretato mediante un codice rigido di gesti e significati prestabiliti, ma perché è spazio vissuto di presenza, di ascolto, di accoglienza e di sintonizzazione. È attraverso il corpo che l’essere umano entra nel mondo, abita la relazione e rende possibile l’incontro con l’altro.
Il corpo è il primo luogo dell’espressione e della comunicazione. Attraverso di esso la Persona manifesta la propria interiorità, rende visibili emozioni, vissuti, intenzioni e significati. Come osserva Umberto Galimberti, il corpo costituisce un sistema di segni tanto più ricco e complesso quanto più vive, agisce e comunica (Galimberti, Il Corpo, 1983). Esso non si limita a trasmettere messaggi, ma racconta la storia della Persona, rendendola disponibile all’ascolto di sé e dell’altro.
Anche il movimento assume un profondo valore relazionale. Ogni gesto, ogni postura, il ritmo della respirazione, lo sguardo e la qualità della presenza costituiscono modalità attraverso cui l’essere umano entra in relazione con il mondo. Il movimento non rappresenta soltanto un’azione motoria, ma un fenomeno affettivo che coinvolge la Persona nella sua globalità. In esso prendono forma aperture, disponibilità, attese e possibilità di incontro.
La relazione educativa nasce proprio all’interno di questo dialogo corporeo. È nel corpo che si sviluppano gli alfabeti originari della comunicazione, quelli che precedono la parola e continuano ad accompagnarla. La corporeità diviene così uno spazio di ascolto, di accoglienza e di sintonizzazione reciproca, nel quale ciascuno può riconoscere l’altro e, nello stesso tempo, riconoscere sé stesso.
Educare alla corporeità significa attribuire significato ai gesti, ai movimenti, alle esperienze vissute nello spazio e nel tempo. Significa favorire la costruzione di una consapevolezza di sé come Inter-Essere, nella quale l’identità personale si sviluppa attraverso la relazione.
La sintonizzazione corporea costituisce uno dei presupposti fondamentali dei processi di apprendimento. Attraverso l’esperienza relazionale il bambino scopre progressivamente che gli altri possiedono pensieri, emozioni e stati interiori differenti dai propri; apprende a modulare la distanza e la vicinanza, a riconoscere i confini tra sé e l’altro senza interrompere il legame. È in questa continua reciprocità tra corpo e pensiero che prende forma un’identità sicura, capace di abitare il mondo e le relazioni.
Correre, saltare, rotolare, danzare, esplorare, percepire e utilizzare il corpo per comunicare non rappresentano semplicemente competenze motorie, ma esperienze attraverso cui la Persona costruisce il proprio modo di essere nel mondo. Ogni incontro amplia la rete delle relazioni, genera nuovi significati e trasforma l’esperienza individuale in esperienza condivisa.
La relazione educativa, pertanto, non può più essere interpretata secondo una prospettiva lineare e trasmissiva. Essa si configura come un processo complesso, dinamico e reciproco, nel quale ascolto, comunicazione, corporeità e riflessività si intrecciano costantemente, aprendo nuove possibilità di comprensione della Persona e del suo sviluppo.
L’incontro con l’Altro rappresenta sempre una possibilità di trasformazione. È occasione di crescita, di confronto, di scoperta reciproca, ma anche di conflitto, di incertezza e di vulnerabilità. Ogni relazione educativa espone infatti alla fatica dell’incontro con la differenza e richiede la disponibilità a lasciarsi interrogare dall’altro. Quando viene meno la dimensione della corporeità, intesa come presenza autentica, ascolto e capacità di entrare in contatto, anche la relazione rischia di perdere profondità e significato.
Educare significa, allora, promuovere la costruzione di relazioni significative, fondate sul riconoscimento reciproco. È nella co-costruzione della relazione educativa che ogni gesto, anche il più semplice, assume valore: ogni parola, ogni silenzio, ogni esperienza condivisa divengono possibilità di crescita, di benessere e di sviluppo umano.
«L’educazione non è un’operazione a senso unico, dall’educatore all’educando[…] l’educazione è un rapporto, il quale esplica la sua funzione per il solo fatto di esserci» (Bernardi, Educazione e libertà, 2009). Questa riflessione invita a superare ogni concezione trasmissiva dell’educazione. L’educatore non è colui che possiede un sapere da trasferire, ma una Persona che continua ad apprendere nella relazione con l’altro, mettendo continuamente in discussione sé stessa, le proprie convinzioni e il proprio modo di essere.
La relazione educativa si sviluppa, pertanto, in una dimensione di reciprocità. Educare significa accettare che ogni incontro trasformi entrambi i soggetti coinvolti. In questo senso ogni educando è, a sua volta, educatore, poiché ogni relazione genera possibilità di conoscenza, di cambiamento e di crescita condivisa.
La libertà di esprimere il proprio pensiero, di sperimentare percorsi inediti, di ricercare soluzioni originali e di attribuire significato alle proprie esperienze costituisce una condizione essenziale per il benessere della Persona. Il benessere non coincide con l’assenza di difficoltà, ma con la possibilità di sentirsi riconosciuti, accolti e accompagnati nel proprio percorso di sviluppo. Il benessere con sé stessi si apre progressivamente al benessere con gli altri, poiché ogni identità si costruisce nella relazione.
Perché l’incontro possa diventare realmente educativo è necessario accogliere l’altro nella sua unicità. Accogliere significa sospendere il giudizio, ascoltare prima di interpretare, riconoscere la storia personale, il vissuto emotivo, le fragilità, le risorse e le potenzialità di ciascuno. Significa riconoscere la Persona nella sua irriducibile complessità.
In questa prospettiva il corpo continua a rappresentare il luogo privilegiato dell’incontro. Essere corpo significa co-esistere. Nessuno costruisce la propria identità da solo: ogni Persona si forma all’interno di una trama di relazioni, di esperienze e di contesti che continuamente la plasmano e dai quali, a sua volta, viene trasformata. Nel Corpo co-esistono, quindi, due dimensioni: quella “esterna”, in quanto possibilità di presa di possesso e di movimento nel e sul mondo, e quella “interna”, in quanto testimonianza dell’esistenza e modalità di identificazione dell’Io. Ma vi è un’altra dimensione, quella condivisa, che caratterizza il contatto pieno con l’altro.È la co-costruzione di un “noi”, terzo punto di vista oltre al “mio e al tuo”. È questo il significato più profondo dell’Inter-Essere:la pelle diviene occasione relazionale e i sensi permettono l’apertura alla relazione con gli altri, un’apertura intenzionale al mondo circostante che si fa sguardo rivolto al dialogo, allo scambio, all’ascolto. La postura, l’espressione del volto, l’espressione dei muscoli, gli atteggiamenti spaziali sono la diretta narrazione della storia psicologica, biologica e personale dell’individuo
Creare tempi e spazi nei quali il fare e il pensare possano intrecciarsi, nei quali il corpo, le emozioni, la parola e il silenzio trovino possibilità di espressione, significa offrire alle persone occasioni autentiche di crescita. È in questi spazi relazionali che l’esperienza si trasforma in consapevolezza e la relazione educativa diviene generativa di nuovi significati, aprendo ciascuno alla possibilità di realizzare sé stesso insieme agli altri.
Inter-Essere significa riconoscere che la Persona non è un’identità che precede la relazione, ma una realtà che nella relazione continuamente si genera, si trasforma e attribuisce significato alla propria esperienza. La pedagogia come cura e relazione trova qui il proprio fondamento: nell’incontro autentico che rende possibile il riconoscimento dell’altro e, insieme, la scoperta di sé e nell’accompagnare la Persona a divenire pienamente sé stessa, insieme agli altri.
Myriam Perseo
Pedagogista Clinico, docente scuola dell’infanzia
Bibliografia di riferimento
Bernardi, M. (2009). Educazione e libertà. Milano: Rizzoli.
Bruner, J. (2002). La cultura dell’educazione. Milano: Feltrinelli.
Demetrio, D. (1996). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Raffaello Cortina.
Demetrio, D. (2012). Educare è narrare. Milano: Mimesis.
Galimberti, U. (1983). Il corpo. Milano: Feltrinelli.
Hanh, T. N. (1989). Essere pace. Roma: Astrolabio-Ubaldini.
Lévinas, E. (1983). Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità. Milano: Jaca Book.
Merleau-Ponty, M. (2003). Fenomenologia della percezione. Milano: Bompiani. (ed. orig. 1945)
Morin, E. (2001). I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Milano: Raffaello Cortina.
Mortari, L. (2006). La pratica dell’aver cura. Milano: Bruno Mondadori.
Mortari, L. (2015). Filosofia della cura. Milano: Raffaello Cortina.


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Interessantissimi spunti di riflessione.
Grazie