
Inter-Essere. La relazione educativa tra corporeità, narrazione e costruzione di significati
Luglio 22, 2026Prima parte
“Le idee camminano con le gambe degli esseri umani”
Giovanni Falcone.
Divagazioni e “qualche suggerimento” sul buon esito degli apprendimenti…
I giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere> è una frase dello scrittore e filosofo greco Plutarco. Poi ripresa da Marco Fabio Quintiliano, poi da altri.
Platone nel Simposio riporta un dialogo fra Socrate e un suo allievo: Agatone. Quest’ultimo desidera che il suo maestro riversi nella sua testa il suo sapere come fosse una coppa vuota. Una testa vuota da riempire.
Questo per tanti anni, ma anche tutt’ora, è stato il paradigma sul quale si è ancorato l’apprendimento scolastico, il modello unico della relazione allievo-maestro che le nuove pedagogie degli anni ’70 del secolo scorso hanno destrutturato a livello teorico di-mostrando come il sapere, per essere trasmesso, non possa essere disgiunto dalla motivazione e dalla partecipazione. Sull’onda di questo nuovo principiofondante si sono mosse e avviate sperimentazioni e didattiche innovative fondate sul concetto di scuola attiva che affidava un ruolo nuovo a docenti(come quello di “facilitatore”) e allo studenteda preservare nella sua unicità valorizzandone i talenti e le potenzialità da trasformare in abilità. “E’ meglio una testa ben fatta di una testa piena” sosteneva Edgar Morin.
È meglio un sapere vuoto, dogmatico, sterile, acritico o un sapere che si vitalizza in un incontro unico e speciale che accende nel discente (ma anche nel docente) la “voglia di apprendere”? Il “desiderio”, direbbe Recalcati.
Inoltre, le neuroscienze con la scoperta dei “neuroni a specchio” hanno portato un nuovo ed ulteriore contributo alle dinamiche attive della didattica in quanto hanno dimostrato che l’apprendere non è un atto isolato, meccanico, astratto ma si avvale dell’apporto della relazione e del linguaggio sensoriale in un contesto vivo ed esperienziale che ridimensiona fortemente i vecchi modelli di apprendimento. Una nuova didattica sostenuta da un feedback dialogico, simpatetico, costruttivo nella quale i processi educativi sono alimentati dall’esperienza visiva, gestuale e corporea che ridisegna la figura del docente e degli alunni che “imparano” di più e meglio se possono disporre di un contesto completamente differente da quello della, oramai obsoleta, lezione frontale.
L’apprendimento aviene per imitazione, cooperazione, sintonizzazione emotiva e l’insegnante funge da modello non solo per i contenuti trasmessi ma per la postura, il linguaggio del corpo e l’ascolto attivo.
Ma quando, le persone, si “accendono”? Quando si rendono pronte a sviluppare, approfondire ampliare le conoscenze e quando, noi, ci siamo “bruciati”? Con quale maestro ci siamo accesi, appassionati ed abbiamo appreso senza sforzi? Anzi, al contrario, con entusiasmo.
Quale elemento mette in moto la disponibilità ad imparare prestando attenzione vera e quale variabile deve entrare in gioco affinché l’essere umano sia disponibile a lasciare le proprie certezze per modificarle, ampliarle? Come scocca la scintilla che suggerisce di impiegare del tempo per acquisire nuovi saperi? Ormai è certo: non basta che tutti sostengano a parole quanto convenga investire in conoscenze con il rispetto de tempi, molto spesso non brevi, che portano ad un riscontro positivo stabile. Manca l’immediatezza; gli apprendimenti sono spessissimo degli investimenti che fruttano nel lungo e anche lunghissimo periodo.
La voglia di lasciarci coinvolgere percorre altre strade e a maggior ragione questo accade in particolari periodi della vita. Periodi che coincidono con la più elevata disponibilità della mente e del corpo a formarci come individui specifici, irripetibili, senza uguali e perché allora in infanzia e adolescenza sembra che non vi sia punizione più dura che studiare e dedicare del tempo allo studio, alla conoscenza? Da chi …; da cosa dipende la voglia, anzi il bisogno di lasciarsi “accendere” partecipando e non come d’abitudine, stando zitti, buoni ad ascoltare?
Ecco, forse ci siamo: -partecipare!-
La partecipazione non è fatta di ascolto passivo. La partecipazione non implica l’accoglienza acritica e incondizionata di tutto quello che viene trasmesso; anzi, proprio l’opposto; la partecipazione ha come ingrediente fondamentale il pieno diritto (e dovere) dell’individuo a costruire il proprio personale Sapere. Scansiamo però ogni possibile equivoco: non certo un sapere esclusivamente -fai da te- Il metodo di acquisizione del Sapere va necessariamente guidato da chi è in grado di trasmettere in modo coinvolgente, da chi sa mettere in moto la voglia di partecipare, senza eccessive forzature; facendo assaporare sia il gusto dolce dell’immediato beneficio ma sapendo, altresì costruire la capacità di attesa che quello specifico apprendimento sarà utilissimo in una particolare occasione, in un determinato momento, in un futuro più o meno immediato e sarà base per futuri apprendimenti più immediatamente ed efficacemente spendibili.
Chi ha avuto la fortuna di essere stato guidato da un insegnante, da un tutor, da un genitore munito della capacità di accendere la curiosità tipica di un bambino, la voglia di sapere per cambiare di un adolescente, di un ragazzo o anche di un adulto, spesso refrattario ai cambiamenti se non per lasciar traccia del proprio operato, si rende poi ben conto del tesoro prezioso che ha avuto a disposizione.
Nel bagaglio di chi si fa carico dello sviluppo altrui, di chi è implicato in una relazione d’aiuto, deve essere presente la capacità di coinvolgere. Sia essa una caratteristica personale o venga acquisita durante il periodo di formazione alla professione. Acquisizione parecchio impegnativa, ma non impossibile. Un “insegnante” che sa coinvolgere, spesso avvertirà la piena partecipazione degli alunni, anche durante le lezioni teoriche. Saprà sollecitarla
Ancora oggi, purtroppo, l’idea che non è l’ascolto passivo a farci evolvere negli apprendimenti, stenta a mettere solide radici.
È pur vero, però, che tale convinzione sta pian piano invadendo anche i settori meno inclini alle modifiche. In fondo questa idea c’è sempre stata: – La pratica è la miglior maestra- – sbagliando s’impara- apprendimento per prove ed errori- -I tirocini- e altri legami tra teoria e pratica ne hanno sempre dato prova.
Ciascuno mostra interesse per situazioni, argomenti, fatti diversi come è vero che possono esse differenti le modalità con le quali ognuno si impegna nell’apprendere. Se l’adulto è in grado di scegliere le strategie che permettono di ampliare i saperi; quindi ha la facoltà di “accendersi”; se il genitore, conoscendo i propri pargoli sa meglio di altri quali tasti pigiare affinché gli insegnamenti diventino regole e stile di vita, a scuola la vicenda potrebbe essere un tantino differente, forse più complicata. La scuola, come luogo privilegiato degli apprendimenti ha il paradosso che non sempre permette una immediata “messa a terra”, un subitaneo utilizzo di quel che si è appreso. Non sempre vi è una immediata e soddisfacente ricompensa per gli sforzi compiuti nello studio teorico. Certo, il voto, l’essere lodati come i più bravi, il sentirsi gratificati al centro dell’attenzione, persino l’essere utile a chi ha bisogno di tempi prolungati; oppure vedere la persona al di là del ruolo di insegnante, come modello. O ancora il sentirsi rispettato nei tempi lunghi di assimilazione con la necessità di continui e costanti rinforzi e incoraggiamenti. Senza entrare nel merito del tanto ricercato recupero dell’alleanza scuola famiglia.
Ecco che chi sceglie la via professionale dell’insegnamento ha soprattutto il dovere di saper cogliere per ogni singolo alunno, per ognuno dei ragazzi qual è la scintilla che permette di accendersi. Di accendere la passione verso l’impegno in un ambiente che purtroppo, bisogna dirlo, non è tra i più stimolanti proprio per la mancanza di considerazione della persona/alunno nella sua interezza e, di conseguenza nell’ancora quasi completa mancanza di considerazione che qualsiasi apprendimento è enormemente facilitato dall’azione, dall’interagire con l’ambiente, dal movimento. Tale concetto non è valido solo per chi ha difficoltà di pensiero, di ragionamento. Esiste comunque una scuola che si sta muovendo verso la considerazione olistica dell’alunno come persona anche se però tale visione sembra rimanere confinata nei gradi inferiori del percorso di istruzione.Volendo dirla con il Padre della Psicomotricità Funzionale. Prof. Jean Le Boulch, possiamo individuare ancora alcuni punti sui quali muovere critiche e sollevare dubbi sulla loro efficacia ossia il dualismo corpo-mente: l’errore di considerare l’educazione fisica come un mero momento di ricreazione o sfogo igienico staccato dalle attività cognitive;l’addestramento precoce: forzare la scrittura o la lettura prima che il bambino abbia strutturato lo spazio e lo schema corporeo produce frustrazione e fallimenti scolastici; la pedagogia del rendimento: la tendenza dello sport scolastico a focalizzarsi sul risultato tecnico anziché sullo sviluppo globale della persona e andando oltre il gesto sportivo applicando la componente motoria in una fondamentale relazione con il contesto, relazione che si esplica nel corpo in movimento.
Apprendimenti scolastici che oltre al legame con l’aspetto motorio, necessitano altresì della maturazione delle Funzioni come base su cui poggiarsi: Scrittura: richiede lo sviluppo della coordinazione oculo – manuale, il controllo del tono muscolare dellamano (pressione) e una chiara definizione della lateralità.
Lettura: si fonda sull’organizzazione spazio-temporale (orientamento da sinistra a destra sul foglio) e sulla corretta strutturazione dello schema corporeo.
Calcolo: necessita della padronanza dei concetti spaziali (avanti/dietro, sopra/sotto) e del ritmo per interiorizzare le sequenze numeriche.
Su queste considerazioni poggiano altri aspetti importantissimi come l’importanza e il ruolo svolto dall’affettività e dai fenomeni psichiciin generale, gli stili di apprendimento e le metodologie, la valutazione e intelligenze multiple ma, soprattutto, come il mondo scolastico affronta il tema antico(già presente nel mondo della cultura greco-romana) mai risolto: la contraddizione fra EDUCAZIONE e ISTRUZIONE, come si evince da una delle lettere inviate da Seneca all’amico Lucilio dove il filosofo si lamentava che “…gli interessi della scuola si fossero spostati dalla CURA DELL’ANIMUS A QUELLA DELL’INGENIUM”.
Ci piace ricordare che il lettore interessato, se avesse piacere potrebbe partecipare alla vita del sito, lasciando personali graditissime riflessioni sugli argomenti toccati dagli articoli. Riflessioni che per tutti, specialmente per gli autori degli scritti, possono essere arricchimenti del pensiero e fonte di costruttivo dibattito.
Alfonso Maira
Corrado Ciccarese
Francesco Siciliano
Riferimenti
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